Endowment effect: definizione, esperimenti ed effetti sugli investimenti

 

Nello scorso articolo vi ho parlato di come l’avversione alla perdita influenza le nostre decisioni, piccole o grandi che siano. Ci eravamo focalizzati sulle grandi scelte nel mercato immobiliare. Oggi voglio cambiare focus, per concentrarci sulle piccole transazioni.

 

Endowment effect e avversione alla perdita

Innanzitutto ci servono 2 importanti definizioni: WTA e WTP.

La WTA (“Willingness To Accept”, letteralmente “disponibilità ad accettare”) indica la quantità minima di denaro per cui siamo disposti a vendere un’unità di un bene.

 

La sua controparte, la WTP (“Willingness to pay”, letteralmente “disponibilità a pagare”) indica la quantità massima di denaro per cui siamo disposti ad acquistare un’unità di un bene.

 

endowment effect: se l'effetto dotazione distorce la percezione degli investimenti

 

La teoria economica tradizionale ci dice che WTP e WTA dovrebbero essere identiche: idealmente un qualsiasi bene ha un valore, quindi dovrebbe essere indifferente venderlo o comprarlo. Qui è importante dimenticarsi della logica del profitto, e pensare solamente al valore intrinseco dei beni per afferrare bene questo concetto.

 

Tuttavia, come al solito per gli argomenti che tratto, l’economia tradizionale ha torto: in quasi tutti gli esperimenti fatti la WTA è mediamente sempre diversa della WTP. Il segno di questa disuguaglianza ve lo svelerò tra poco, ma intanto cominciate a pensare quale tra i due potrebbe essere più grande.

 

Endowment effect spiegato in laboratorio

L’esperimento più famoso del genere è probabilmente quello fatto da Kahneman, Knetsch e Thaler nel 1991. In questo esperimento i soggetti erano divisi in due gruppi a cui venivano mostrate delle tazze da caffè tutte uguali.

 

Endowment effect e l'esperimento con le tazze di caffè

 

In seguito, ad ogni membro di uno a caso tra i due gruppi veniva regalata una di queste tazze.

Per finire, a tutti quelli che avevano ricevuto una tazza veniva chiesta la cifra minima per venderla (la WTA), mentre a tutti quelli che non avevano ricevuto la tazza veniva chiesta la cifra minima che erano disposti a pagare per acquistarne una (la WTP).

 

Idealmente, WTA e WTP dovrebbero essere uguali, perché chi ce l’ha non ha né pagato né lavorato per averla e non ha nemmeno avuto il tempo di affezionarvisi. Dato che le persone sono in media uguali, anche WTA e WTP dovrebbero essere in media uguali.

In realtà, la WTA è in media tra le 1,5 e le 2 volte più grandi della WTP. Quindi non ci dovrebbero essere scambi, perché in media un gruppo non è disposto a pagare quanto l’altro gruppo chiede. In pratica, se chi ha la tazzina chiede 2€ per venderla, chi la potrebbe acquistare è disposto a pagarla solo 1€. Questo divario è stato osservato in altri campi con beni di maggior valore, ad esempio nel mercato dei biglietti per le partite di basket universitario, come riporta Dan Ariely.

 

Dunque gli economisti comportamentali hanno spiegato questo divario con quella che abbiamo definito essere l’avversione alla perdita. In pratica, le persone valutano quello che già possiedono molto di più che quello che non possiedono.

 

In letteratura questo fatto viene precisamente chiamato “endowment effect” (“effetto dotazione”).

 

Ora, è chiaro che stiamo parlando di un esperimento di laboratorio, e date queste premesse in teoria non dovremmo assistere a scambi di alcun genere. Infatti, quello di cui ho parlato vale in media, quindi ad esempio, potremmo avere dei valori di WTA come 5 10 15, e dei valori di WTP di 2,5 5 e 7,5. Ora, è chiaro che la media della WTA è il doppio di quella della WTP (10 contro 5), ma è altrettanto chiaro che uno scambio potrebbe avvenire.

 

Endowment effect nel mondo reale

Tornando nel mondo reale, se ciò fosse acriticamente vero tutti i prezzi ci sembrerebbero in media esorbitanti, dalla michetta di pane al caffè al bar.

 

Endowment effect e prezzi

 

Per spiegare come mai ciò non avviene, dobbiamo ricordarci dell’esistenza di un altro fattore: il punto di riferimento. Gli avevano dato anche un altro nome, molto più adatto e flessibile: aspettativa. Tra poco vedremo che non si riferiscono esattamente alla stessa quantità.

 

Endowment effect e aspettative

Facciamo un po’ di chiarezza: il punto di riferimento è semplicemente il valore, monetario o no, che, paragonato alla situazione al momento dell’analisi, ci dice se abbiamo sostenuto una perdita o incassato un guadagno. Status quo e aspettativa sono 2 esempi di punti di riferimento. Mentre il primo rappresenta la situazione attuale, l’aspettativa è più dinamica, in cui può essere, ad esempio, un obiettivo che contiamo di raggiungere.

 

In passato il punto di riferimento era preso come lo status quo successivo al momento dell’assegnazione della tazza all’esperimento, il che produceva matematicamente l’endowment effect, chiamato anche appunto “status quo effect”. Recentemente invece, in un documento di lavoro di Glimcher e Tymula, l’attenzione viene riportata sul ruolo dell’aspettativa.

 

Endowment effect: status quo e aspettative

Andiamo un po’ più a fondo nella differenza tra status quo e aspettativa. Volendo forzare un po’ la terminologia, in fondo anche avere lo status quo come punto di riferimento è un’aspettativa: l’aspettativa che nulla cambi. Quindi se io ricevo una tazza durante un esperimento mi aspetto di portarmela a casa: nel momento in cui mi viene proposto di venderla sono restio a farlo, dato che la percepisco come una perdita, e propongo un prezzo molto alto per compensare.

 

Endowment effect e l’effetto del tempo che passa…

Pensiamo invece ad un panettiere. Si alza la mattina presto, impasta il pane, lo cuoce e poi si prepara a venderlo. Il punto focale è che si aspetta di venderlo, quindi non chiederà un prezzo molto alto per contrastare il senso di perdita. La sua aspettativa, per essere più precisi, è avere 0 forme di pane rimaste alla fine della giornata. Quindi si potrebbe verificare un effetto contrario: nel momento in cui non riuscisse a venderle tutte, sarebbe in una situazione di perdita, contata come mancato guadagno, e potrebbe addirittura abbassare il prezzo!

 

Dunque il problema principale della prima interpretazione dell’endowment effect è che ha una concezione troppo statica dell’aspettativa.

 

Nel già citato documento di lavoro, Tymula e Glimcher risolvono questo problema aggiungendo la dimensione temporale. Bisogna tenere presente che il formarsi delle aspettative è un argomento molto caldo nella discussione accademica, in cui costoro introducono l’eccitante possibilità che le aspettative si aggiornino lentamente nella nostra testa.

 

Per tornare all’esperimento, sarebbe come a dire che dopo aver ricevuto la tazza non ci aspetteremmo immediatamente di riportarcela a casa. In quel caso infatti la nostra aspettativa rimarrebbe a 0, e nel momento in cui ci viene chiesto quanto siamo disposti ad accettare per separarci da quella tazza proponiamo un prezzo non eccessivo.

 

Vale la pena sottolineare come nella vita di tutti i giorni questo sia generalmente improbabile, poiché quando acquistiamo qualcosa ci aspettiamo di mantenerne il possesso, e se ci chiedono di separarcene esperiamo una perdita. Un’importante eccezione si ha quando si acquista qualcosa con l’esplicita idea di rivenderla, come i commercianti ad esempio.

 

Cionondimeno, spero di avervi convinto dell’importanza della tematica dell’aspettativa, oggetto di forte discussione in ambito accademico.

 

Al momento noi ci accontentiamo di sapere che spesso diamo un valore esagerato alle cose che già possediamo: questo appunto avviene perché abbiamo la pretesa di mantenerne il possesso a prescindere, quindi quando ci viene chiesto di separarcene siamo disposti a farlo solo a caro prezzo, dimenticandoci del loro reale valore.

 

Insomma: l’unica conclusione razionale è che tutti siamo irrazionali.

 

Se hai dubbi, domande o idee per un prossimo post lasciami un commento qui sotto ⬇ ⬇ ⬇, sarò molto felice di risponderti 😀

 

Riferimenti

Kahneman, D., Knetsch, J., & Thaler, R. (1991). Anomalies: The Endowment Effect, Loss Aversion, and Status Quo Bias. The Journal of Economic Perspectives, 5(1), 193-206.

 

Credits immagini: mercato, tazze di caffè, vetrina pane, copertina

 

 

 

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