Il fallimento di alcune piattaforme di P2P lending non è il fallimento del P2P lending: quali lezioni trarre dai casi di Kuetzal e Envestio

Qualche settimana fa il mondo del P2P lending è stato scosso da un terremoto: nel giro di pochi giorni c’è stato il fallimento prima Kuetzal e poi di Envestio, due piattaforme baltiche di medie dimensioni. 

In entrambi i casi, il sospetto è che si tratti di vere e proprie frodi: la polizia estone ha infatti già dichiarato di avere aperto un’inchiesta. Se questo verrà confermato, è probabile che ci saranno perdite ingenti per gli investitori; uno dei vantaggi del P2P lending è che i contratti di prestito rimangono validi ed esigibili anche se la piattaforma dovesse fallire, come ha mostrato per esempio l’esperienza di Trustbuddy in Svezia. In caso di frode però è possibile che le controparti che hanno ricevuto i fondi non esistano o non siano affidabili, e che quindi i soldi investiti non vengano mai restituti.

Come è normale in questi casi, l’impatto si è propagato all’intero settore. Tutte le piattaforme basate nei paesi baltici si sono trovate immediatamente sotto osservazione, e Monethera e Wisefund hanno deciso di sospendere il buyback, il servizio con cui si impegnavano a ricomprare i prestiti finanziati, in caso l’investitore lo chiedesse. L’eco della crisi è arrivata anche in Italia e alcuni investitori mi hanno scritto per assicurarsi che non ci fossero legami tra Soisy e Envestio.

Per il mondo del prestito tra privati si tratta di un salutare richiamo a pratiche di business sensate, dopo un periodo in cui si osservavano comportamenti più vicini a una bolla speculativa che a un sano business finanziario. 

Come founder di Soisy vorrei evidenziare qua le lezioni che tutti dovremmo avere imparato da questi eventi, investitori in primis e piattaforme di conseguenza, con un particolare focus sulla posizione di Soisy rispetto a questi eventi.

Impossibilità di valutare il rischio frode

Partiamo dalla considerazione che non è ancora chiaro se questi casi fossero vere e proprie frodi. La mia impressione è anzi che queste piattaforme non fossero concepite dall’inizio come tali, ma avessero un modello di business talmente fragile che la chiusura improvvisa e la fuga dei founder fosse l’unico esito possibile. In ogni caso, il tema della frode è rilevante e merita di essere analizzato.

Alcuni investitori fanno ricerche accurate sulle piattaforme, arrivando a sentire al telefono i founder o a visitarne gli uffici. A mio parere, questi non sono metodi sicuri per capire se potersi fidare: chi froda è solitamente un maestro nel proiettare un’aura di credibilità attorno a sé; solo una due diligence professionale, chiaramente al di fuori delle possibilità economiche della maggior parte degli investitori, potrebbe avere delle possibilità di smascherarli.

È quindi particolarmente difficile capire cosa fare per evitare questi rischi in futuro, ma mi pare che ci siano un paio di caratteristiche di una piattaforma che diminuiscono il rischio frode.

La prima è la presenza di un’autorità di vigilanza e dei suoi controlli. Questi abbattono il rischio ma non lo annullano, purtroppo. Mi farebbe comodo sostenere che le piattaforme vigilate siano sicure al 100%, visto che Soisy è una di esse, ma mi sembra impossibile affermarlo alla luce dei tanti fallimenti bancari in giro per il mondo. Analogamente, esistono sicuramente molte piattaforme non autorizzate ma del tutto affidabili.

Diventa allora più rilevante la seconda caratteristica, la trasparenza: la disponibilità a rispondere alle domande degli investitori e la presenza di dati pubblici sono certamente fattori che rendono una frode meno probabile, perché diminuiscono l’ambiguità in cui si muovono i frodatori.

È evidente tuttavia che neanche in questo caso si possa essere sicuri al 100%.

L’unica lezione sensata da trarre mi sembra quindi di rassegnarsi al fatto di non essere in grado di riconoscere il rischio frode e seguire piuttosto queste due avvertenze di buon senso:

  • diversificare gli investimenti tra varie piattaforme;
  • farlo in maniera proporzionale alla trasparenza della piattaforma e al grado di conoscenza che se ne ha (alta conoscenza e alta trasparenza -> maggior allocazione dei fondi).

Cosa vuol dire questo per Soisy: la trasparenza è uno dei nostri valori fondanti e potrei citare tanti esempi dove la applichiamo, come la pagina dove parliamo dei rischi o la nostra chat Telegram, nella quale gli investitori possono liberamente fare domande a noi o ad altri investitori, costringendoci di fatto a prendere continuamente una posizione pubblica. Questo non significa che non ci siano spazi di miglioramento, soprattutto nel reporting delle azioni sul recupero crediti e sull’andamento del portafoglio. Ci lavoreremo nel 2020. 

Fallimento del buyback

Il problema delle piattaforme baltiche è stato generato dagli schemi di buyback, in base ai quali le piattaforme si impegnavano a ricomprare ogni prestito con uno sconto limitato (es. 5%). Si tratta di schemi abbastanza diffusi e molto apprezzati dagli investitori, ma che limitano davvero il rischio solo quando le cose vanno bene, mentre non servono a nulla nei momenti di difficoltà. E visto che i rischi veri si manifestano in queste situazioni, ne consegue che non servono proprio e sono anzi dannosi, perché ingenerano un falso senso di confidenza negli investitori, che dovrebbero invece diffidarne.

Il problema va oltre la singola piattaforma e può coinvolgere il sistema finanziario nel suo insieme: il buyback implica che la piattaforma di P2P sta assumendo rischi come se fosse una banca, senza sottostare alle regole tipiche del settore. Ed evitare quelle regole significa mettere a rischio l’intero sistema.

Come ho spiegato in Manifesto per una banca senza la banca: come il fintech renderà il mondo più sicuro, la grande promessa del P2P lending è quella di trattare meglio i clienti e di non mettere a rischio il sistema bancario; il buyback è un vero e proprio tradimento di queste motivazioni ideali.

Cosa vuol dire questo per Soisy: siamo sempre stati lontani dagli schemi di buyback e dal fare direttamente finanziamenti solo per poter dire di avere “skin on the game” prendendo però un rischio come se fossimo una banca. Questo ci è costato la preferenza di qualche investitore, ma abbiamo sempre pensato che contasse di più non prendere rischi nel lungo periodo. Ci impegniamo quindi a continuare su questa strada.

Rischio dell’esterofilia

Quando parlo con gli investitori più competenti sul mondo P2P, inevitabilmente ricevo commenti su quanto siano superiori i rendimenti delle piattaforme estere

Effettivamente in molti paesi la mancanza di leggi anti-usura permette di investire a tassi superiori a quelli italiani, ma questo non vuol dire che il rischio sia lo stesso. In quegli stessi paesi infatti esistono anche richiedenti che pagano un tasso simile a quello italiano, ma che le piattaforme non servono perché c’è troppa concorrenza da parte dei lender tradizionali.

Quel che conta davvero non è il paese dove si opera, ma la solidità del business model (vedi prossimo punto).

Attenzione, questo non vuol dire che tutte le piattaforme estere siano ad alto rischio o che tutte le piattaforme italiane siano a basso rischio. Il punto è proprio che non esistono regole semplici da seguire nel mondo degli investimenti: ad ogni singolo investimento va applicato buon senso per sperimentare senza prendere troppi rischi e imparare gradualmente.

Comprensione del modello di business

Provo a generalizzare il punto precedente: tra gli investitori nel P2P lending vedo spesso un’attrazione verso il maggior rendimento possibile e al tempo stesso una ricerca del rischio zero. Questo porta a credere a situazioni irreali come quella di Envestio, che prometteva rendimenti del 20-30% con l’illusione del basso rischio data dal buyback. 

La realtà è che se i tassi sono così alti vuol dire che la piattaforma offre prestiti in uno spazio di mercato dove c’è poca concorrenza da parte dei lender tradizionali, e se è così vuol dire che questi vedono troppo rischi

Non sto però suggerendo di non investire laddove ci sono tassi alti. Come al solito, non esistono regole semplici a cui affidarsi: proprio nelle aree con poca concorrenza si possono spesso ottenere rendimenti migliori, ma bisogna farlo con la consapevolezza che anche il rischio è superiore.

Idealmente si dovrebbe avere una comprensione delle ragioni di business per cui i tassi sono più alti del normale e della sensatezza del modello di business della piattaforma. Per esempio, la fragilità delle banche tradizionali a fronte di un aumento delle perdite su crediti le rende poco adatte a servire i clienti a maggior rischio, anche quando esiste un modo redditizio per farlo. In altri casi, l’approccio commerciale di operatori tradizionali non funziona nel mondo digitale e lascia quindi spazio alle piattaforme P2P.

Mi sembra quindi chiaro che un modello di business opaco o una scarsa trasparenza su questo punto sono i primi motivi per diffidare di una piattaforma.

Cosa vuol dire questo per Soisy: quella della chiarezza sul modello di business è un’altra delle nostre scelte fondanti e che abbiamo perseguito anche con scelte dolorose, come quella di chiudere l’acquisizione di clienti richiedenti su soisy.it per spostarci sui finanziamenti su e-commerce. Questo non vuol dire di per sé gestire solo rischi bassi: i nostri tassi coprono un ampio spettro che arriva al 13,5% sui clienti a maggior rischio. Cerchiamo però di offrire tassi crescenti in base al rischio, in modo da bilanciarlo con un maggior rendimento

Queste sono le riflessioni che mi vengono da fare a caldo, quando ancora molto elementi non sono noti.

Il mondo degli investimenti però è per definizione complesso ed è probabile mi sia sfuggito qualcosa: se avete voglia di commentare potete farlo qui sotto👇.

Pietro Cesati – CEO & founder Soisy

Immagini: photo credit @guidomencari | 2017 © Guido Mencari www.gmencari.com

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