Lo smart working prima del Covid

Interviste immaginarie con Pietro Cesati, founder di Soisy


Pietro, conosciamo Soisy per il suo business model innovativo, ma oggi vorremmo parlare invece del vostro modello organizzativo, partendo dallo smart working. Quanti siete e in quante città siete?

Siamo in 28 e lavoriamo in 12 città diverse. Lavoriamo tutti in remoto, o in smart working come si dice ormai in Italia. Ogni persona decide quindi se lavorare da casa o in uno spazio di coworking, ma in ogni caso dalla città in cui vive.

È una scelta dovuta al Covid?

No, abbiamo sempre lavorato così, fin da quando abbiamo fondato Soisy.

Perché avete deciso di organizzarvi così?

A dire il vero quando abbiamo fondato Soisy non pensavamo fosse possibile. Venivamo dal mondo della banca, che non è molto aperto alle innovazioni organizzative, ed era il 2015: solo pochi mesi prima la nuova CEO di Yahoo, Marissa Meyer, aveva deciso di abbandonare il lavoro in remoto perché sosteneva che limitasse l’innovazione.

E poi cosa è successo?

É successo che volevamo assolutamente portare in Soisy lo sviluppatore che poi è diventato l’architetto della nostra tecnologia. Quando ne abbiamo parlato ci ha posto come condizione di poter lavorare dalla provincia di Ancona, dove tuttora vive. All’epoca eravamo in tre, quindi abbiamo deciso che fare un test non sarebbe stato difficile. L’esito è stato talmente positivo che non abbiamo mai abbandonato questo modello.

Che vantaggi vi dà lo smart working?

Il primo è anche quello che ci ha portato ad adottarlo: in questo modo possiamo attirare un pool di persone molto più ampio, che vivono lontane dalle grandi aree urbane.
Poi c’è un altro vantaggio abbastanza evidente, che è quello di rendere la vita delle persone che lavorano con noi molto più facile perché è più facile organizzarsi. 
La cosa che invece ci ha sorpreso è osservare che la produttività delle persone fosse di gran lunga superiore.

Cioè lavorare da casa permette di produrre di più? Non c’è il rischio che invece le persone si distraggano?

Al contrario, a casa o in ufficio hai comunque a disposizione le stesse distrazioni digitali. Ma in ufficio sei anche continuamente distratto o interrotto dai colleghi, mentre a casa sei padrone del tuo tempo. La realtà è che gli uffici sono luoghi di distrazioni di massa, soprattutto quelli organizzati in open space.

Ma queste interazioni casuali non sono anche utili per generare idee?

C’è questo racconto delle idee generate conversando alla macchinetta del caffè, ma io alle macchinette del caffè ho sentito sempre parlare di calcio o politica. Nella mia esperienza per generare idee è necessario alternare conversazioni con altri momenti di riflessione solitaria, meglio se in un ambiente rilassante. In questo senso lo smart working è l’ideale.

Cos’altro serve per generare innovazione?

Un ambiente dove ci sia passione per fare conversazioni su nuove idee, anche se sembrano poco interessanti o se difficilmente saranno applicabili. È da queste conversazioni, a volte un po’ sterili, che si generano nuove idee e si comincia a selezionare le migliori. E poi è fondamentale una cultura basata sullo scetticismo, che porti a considerare positivamente un’idea solo dopo che è stata testata sul campo.

Tornando allo smart working, tra i vantaggi non hai citato il controllo dei costi, perché?

Perché non è un vantaggio. È vero che il costo degli uffici può essere inferiore perché alcune persone preferiscono lavorare da casa e non usare neanche un coworking, ma viene compensato dalla spesa per gli strumenti necessari al lavoro in remoto e dalle spese per compensare per gli svantaggi di non essere tutti nello stesso luogo.

Questo ci porta a parlare allora degli svantaggi dello smart working, quali sono?

Il principale è che conversare in remoto è più difficile, perché il linguaggio del corpo è molto limitato e l’alternanza di voci è complicata da gestire. Serve tanto addestramento per permettere alle persone di avere una conversazione remota senza perdere contenuto rispetto a una conversazione in presenza. Per esempio per certi tipi di riunione solo recentemente, dopo anni di pratica, ci siamo sentiti abbastanza sicuri da affrontarle in remoto.
Ovviamente in questi casi la difficoltà è soprattutto per chi si è unito a Soisy da poco; in questo però ci aiuta molto il fatto di avere un ampio nucleo di persone con anni di esperienza in remoto e a cui gli altri si possono ispirare.

Solo questo?

No, c’è anche il fatto che il remoto rende più difficile creare rapporti umani profondi, perché porta le persone a essere molto focalizzate sull’ottenimento di risultati e meno sulla relazione. Che se da un lato è proprio il fenomeno che porta ad aumentare la produttività, dall’altro rischia di non far mettere abbastanza focus sui rapporti interpersonali. È per questo motivo che noi organizziamo regolarmente anche degli incontri in presenza, spesso al solo scopo di passare del tempo insieme e cementare le relazioni.
Infine, c’è il rischio di non riuscire a separare chiaramente vita professionale da quella privata, e quindi è richiesto un livello di disciplina superiore sia alle persone che all’azienda nel suo complesso. Per esempio, io non accetto riunioni che si prolunghino dopo le 17 e in generale in Soisy non ne vengono organizzate dopo le 18.

In tutto questo non hai citato la difficoltà di controllare il lavoro che viene fatto.

Non l’ho citata volutamente. Nel mondo dei servizi, soprattutto digitali, questo non è un problema.

Molti che lavorano in questo settore non sarebbero d’accordo.

Prima del Covid in molti non sarebbero stati d’accordo sul fatto che lavorare in remoto aumenti la produttività. Adesso continuo a sentire persone che si sono stupite positivamente di quanto sia stato produttivo questo periodo di lavoro da casa. Se provassero a non controllarle più, scoprirebbero che le persone in realtà lavorano meglio.

Perché secondo te?

Le persone con un elevato grado di autonomia si responsabilizzano e si appassionano al loro lavoro, due modi potenti di scatenare la motivazione e la creatività. E cosa si può desiderare di più che di avere persone motivate e creative?

Questo discorso ci avvicina a parlare delle altre innovazioni dell’organizzazione di Soisy. Per ragioni di spazio non entreremo in questo dettaglio, quindi ti chiedo solo: che impatto ha avuto la scelta del remoto sulle scelte che avete preso per la vostra organizzazione?

Tutte le innovazioni che abbiamo portato nella nostra organizzazione non sarebbero state possibili senza il remoto. In parte questo avviene perché sono legate al tema della perdita di controllo da parte del management, e questa a sua volta è molto legata al remoto.
Soprattutto però, provare qualcosa di così anti-convenzionale come il lavoro remoto, specie in un momento in cui in molti lo davano in declino, e toccare con mano invece i risultati straordinari che portava ci ha dato il coraggio per sperimentare sul resto della nostra organizzazione.


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In questi anni abbiamo ricevuto tantissime domande interessanti, sia dai giornalisti che da tutte le persone che seguono Soisy. Non tutte sono facilmente disponibili, perché sono su supporto video o magari non sono state proprio registrate. Abbiamo quindi provato a raccoglierle qui in una serie di interviste che abbiamo definito immaginarie, l’unico aggettivo che ci è venuto alla mente per descriverle.

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